Anatomia del selfie: è davvero così glamour?

Ogni volta che sto per farmi un selfie penso: ‘Che faccia faccio adesso?’ Penso sempre a una posa nuova; insomma, mi piace variare, provocare e far intendere o alludere a qualcosa di particolare.

Diversi sono la maggior parte dei novantamilioni di autoscatti postati ogni giorno sui social. Mille selfie al secondo soltanto su Instagram, dove le foto sono fatte di specchi rivolti verso se stessi. I volti spariscono, o meglio, si assomigliano tutti.

Proprio nell’epoca in cui fare e condividere immagini di sé è ormai il linguaggio e la letteratura della nuova e giovane popolazione urbana del mondo, il proprio volto fa parte di un unico grande volto che assomiglia sempre a se stesso. Il coro di immagini continue circolanti nel web è intonatissimo, all’unisono.

A centocinquantanni dall’invenzione della fotografia e della relativa democratizzazione del ritratto, oggi siamo talmente abituati a scegliere una posa e calcolarne la riuscita da aver tolto ogni spazio alla spontaneità, all’immediatezza di una fisionomia sorpresa e catturata in un attimo.

Angolazione giusta, luminosità perfetta, filtro che valorizza la foto

Ormai è una gara di tutti contro tutti per decretare chi abbia il profilo social più bello e più cliccato. Ne parlavo qualche articolo fa. Ora la situazione è sotto gli occhi di tutti e anche le celebrities non sono immuni alla tendenza:

Mai come in questi anni che idolatrano i volti, è così immensa la possibilità di editarsi, cancellare, modificare e trasfigurare. Sappiamo perfettamente che filtri usare, l’angolazione migliore, quali parti del volto lasciare in ombra. E’ tutta una gestione accurata dell’impressione che si vuole dare.

Avere il controllo della propria immagine fa sentire bene, perchè la scegliamo noi. Questo è il nuovo statuto dell’autoesposizione: la posa, sottoposta alla rigida autocensura permessa dalle opzioni dello smartphone, è pura conoscenza di sé. Fotografandoci continuamente prendiamo appunti su noi stessi, capiamo chi siamo e come vogliamo posizionarci tatticamente nel mondo.

Ma gli effetti cagnolino, coniglietto, hawaiana ci permettono, sì, di salvaguardarci scherzando, ma anche di nasconderci. Sono strategie per imporsi ma non esporsi, lanciarsi e proteggersi, generate dall’assimilazione di atteggiamenti preesistenti che annullano le differenze. Questo limita la vocalità facciale a minime e prevedibili intenzioni. Stiamo assistendo a un addio al volto, a una pinacoteca di fissità strategiche e costantemente sotto controllo.

Nessuno sembra più voler sfogliare il vocabolario di segni che il volto umano è in grado di esprimere. Ogni selfie non è altro che uno strumento di gestione dell’impressione, appunto, dedicato a congelare l’idea che gli altri hanno di noi stessi.

L’eccesso di intenzione crea una monocultura espressiva

Nel mercato dei lavori commerciali infatti quello che va per la maggiore oggi sono sempre gli stessi volti: freschi, positivi, non problematizzanti. Non a caso le modelle più giovani (ma non solo) sono incredibilmente allinate ad aderire subito allo stereotipo richiesto.

Ricordo i tempi in cui il soggetto veniva sorpreso, rubato, reso evidente, ma allo stesso tempo ambiguo, come in questa foto di Alec Soth intitolata Mary, Milwaukee, WI:

Date un occhio alle foto della mostra In focus: Expressions.

Per secoli il volto è stato il codice d’accesso alle emozioni. Era un mistero. Adesso è uno svelamento artefatto, cioè una simulazione drammaturgica.

Vi lascio a riflettere sulla frase di Nadav Kander, importante ritrattista contemporaneo, che sostiene: ‘I selfie sono autoscatti, ma non necessariamente ritratti, sono soliloqui cui mancano le due parti fondamentali della relazione: quella con l’artista che scatta e col terzo che vedrà’.

A presto, cheese!

(D. B.)

 

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